Creatività e formazione

Il mondo dell’arte in genere rappresenta per ogni individuo la possibilità di esprimersi in modo intenso e stimolante allo stesso tempo.

In particolare, arte e creatività svolgono un ruolo fondamentale nell’ambito dell’evoluzione infantile.

Nella prima metà del novecento, John Dewey, influente filosofo e pedagogista americano, affermò con convinzione l’idea che l’arte fosse il mezzo più indicato per utilizzare, in maniera costruttiva, l’energia creativa racchiusa nel bambino. Nella concezione di Dewey, l’arte non deve essere considerata come un’esperienza a se stante, bensì essa va messa in relazione alla psicologia dei singoli individui e alle realtà socio-culturali da cui scaturisce.

Dal punto di vista cognitivo, le arti insegnano ai bambini:

  • a sviluppare capacità di problem solving, a comprendere che i problemi possono avere più di una soluzione e che ogni domanda può avere più di una risposta;
  • a elaborare una prospettiva multipla, influenzando anche il modo di osservare e interpretare la realtà;
  • a pensare “con” e “attraverso” i materiali, rendendoli consapevoli del fatto che attraverso mezzi materiali è possibile trasformare le idee in realtà.

I laboratori e gli atelier creativi perseguono questi obiettivi contribuendo allo sviluppo delle capacità espressive, dell’autostima e delle capacità relazionali tipiche delle attività di gruppo.

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Ma il punteruolo?

Mi capita spesso di confrontarmi con colleghe, insegnanti e genitori che lamentano le difficoltà di bambini/e  e ragazzi/e nel dover risolvere piccoli problemi.

Per piccoli problemi intendiamo anche allacciare le scarpe, tagliare una scheda, ordinare i quaderni nello zaino.

Durante i laboratori scientifici del progetto MaestraNatura che sto tenendo presso due istituti comprensivi della provincia di Potenza ho incontrato bambini e bambine non in grado di tenere un seme tra le dita (un fagiolo, un cece…), impauriti dalla pasta della pizza giudicata troppo appiccicosa, incapaci perfino di tagliuzzare un peperone.

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Germinazione dei semi

Sembra quasi che la lezione montessoriana riguardante la motricità fine, risalente ormai a più di un secolo fa, sia finita nel dimenticatoio, sostituita da una tecnologia non mezzo di conoscenza ma fine di non definiti obiettivi educativi.

Ciò determina, a mio parere, una diffusa scarsa manualità e una conseguente ridotta capacità di riflessione nonché di un processo di apprendimento monco della fase fondamentale che è la conoscenza attraverso il corpo e attraverso la mano in particolare.

“Possiamo dire che, una volta nato, l’uomo camminerà e che tutti gli uomini useranno esattamente nello stesso modo i loro piedi, mentre invece non sappiamo che cosa farà il singolo uomo con le proprie mani.

La mano dipende dunque per il suo sviluppo dalla psiche, e non solo dalla psiche dell’io individuale ma anche dalla vita psichica di differenti epoche. Lo sviluppo dell’abilità della mano è legato nell’uomo allo sviluppo dell’intelligenza e, se consideriamo la storia, allo sviluppo della civiltà.

Potremo dire che quando l’uomo pensa, egli pensa ed agisce con le mani, e del lavoro fatto con le sue mani lasciò tracce quasi subito dopo la sua comparsa sulla terra. Grazie alle mani che hanno accompagnato l’intelligenza si è creata la civiltà: la mano è l’organo di questo immenso tesoro dato all’uomo”.

(Maria Montessori)

 

Perciò continuo a chiedere insistentemente alle maestre della scuola dell’infanzia:

  • Quanto la mano è ancora considerata primario organo di apprendimento?
  • Quanto viene “allenata” attraverso l’utilizzo dei chiodini, della pasta piccola, dei bottoni per giocare?

e soprattutto

ma il PUNTERUOLO con cui generazioni di bambini e bambine hanno realizzato lavoretti per ogni genere di festività, CHE FINE HA FATTO?

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Foto da https://homemademamma.wordpress.com/tag/lavoretti-con-la-carta/